007 nelle aree tribali di Londra
La Cia americana è nel giardino di casa del suo alleato più rodato e affidabile, la Gran Bretagna, per condurre gigantesche operazioni di sorveglianza e di lotta al terrorismo. A febbraio Langley, la sede centrale dei servizi, aveva avvertito il presidente Barack Obama: la minaccia più reale di un secondo 11 settembre contro gli Stati Uniti partirà dal suolo britannico.

Secondo gli addetti ai lavori, i servizi segreti americani non sono molto contenti del nuovo lavoro. I terroristi hanno le loro “rat line” – come i passaggi sicuri scavati dai topi nelle case – in tutto il mondo. Arrivavano in Iraq passando da Sinjar, sul confine siriano. Fuggivano dall’Afghanistan attraverso la cosiddetta “porta di Mashad”, sul confine orientale dell’Iran. Ma ora la Cia deve sottrarre risorse preziose ai propri programmi per sorvegliare le loro rat-line nel Bedfordshire, perché sono convinti che gli inglesi non riescano a farlo da soli, soprattutto dopo la scoperta del grande piano per abbattere aerei intercontinentali nell’agosto 2006. “E’ una palude di jihadisti”, dice un agente della Cia. Per terroristi con passaporti britannici potrebbe essere molto più facile organizzare un attentato, passare le maglie della sicurezza e realizzarlo in America. Secondo Bruce Riedel, ex uomo della Cia e consigliere del presidente Obama sulla questione pachistana: “La comunità anglopachistana è considerata il miglior meccanismo a disposizione di al Qaida per lanciare un attacco contro l’America del nord”.
Nemmeno i servizi segreti britannici sono entusiasti dell’intervento americano: capiscono che ora il loro territorio di competenza è considerato fuori controllo e pericoloso come un qualsiasi rifugio afghano o la periferia di una città araba. “Gli americani lavorano con i propri uomini tra i pachistani e con le proprie informazioni. C’è collaborazione stretta con il nostro MI5, ma non ci dicono tutti i nomi delle loro fonti”, ha detto al quotidiano Telegraph un funzionario inglese. Altri agenti sono a disagio per il caso Rauf: gli americani, dopo avere ottenuto con i propri agenti in Gran Bretagna informazioni sul terrorista latitante Rashid Rauf, l’hanno ucciso con un attacco aereo in Pakistan; gli inglesi avrebbero preferito prenderlo vivo per interrogarlo. Ma Jonathan Evans riconosce: “I nostri servizi non riescono a sorvegliare tutti”.
All’interno della grande diaspora sudasiatica in Gran Bretagna ci sono diversi gradi di integrazione: si va dai ben assimilati, che ormai si sentono britannici, hanno il passaporto europeo e trovano lavoro anche nell’esercito e nelle istituzioni, ai tradizionalisti che non hanno smesso gli abiti asiatici e preferiscono restare tra loro, fino agli estremisti che si sentono quinta colonna dietro le linee nemiche. Nei giorni scorsi una marcia di buon rientro di soldati inglesi dall’Afghanistan – che tradizionalmente si svolge tra due ali di folla plaudente – è stata subissata dai fischi e dagli insulti di gruppetti di antipatizzanti organizzati, in massima parte anglopachistani. Né questo né le operazioni su vasta scala della Cia sul suolo inglese sono per ora il problema maggiore. In Afghanistan i soldati britannici si trovano a combattere contro connazionali che hanno scelto di stare dalla parte dei talebani.